Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > bdsm > Nipote Devota - La Mano che Educa - #1di13
bdsm

Nipote Devota - La Mano che Educa - #1di13


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
24.08.2026    |    1.395    |    2 8.2
"Bianca rientra con la cinghia di cuoio scuro, lunga e sottile, che pende come una seconda ombra dalla sua mano..."
La Mano che Educa Parte 1 di 13

**Premessa**

Questa storia, come tutte le altre che ho scritto, nasce da fatti reali. Non è una vicenda personale, ma l’esperienza di una coppia amica che ha deciso di affidarmela. I contenuti uniscono dinamiche BDSM a situazioni delicate legate a temi incestuosi.

Questo capitolo narra i fatti accaduto nel secondo incontro avvenuto un paio di settimane dopo il primo. Alcune dinamiche vengono ripetute, come Chiara che viene legata in bagno, per il semplice fatto che è una scena ricorrente e che effettivamente avviene ciclicamente. Il Racconto sarà diviso in 13 parti, ogni settimana ne pubblicherò 3.

Accompagnate Alessandro ed Elena in questo percorso con mente aperta e senza giudizi. Non si tratta di un racconto singolo, ma di una storia lunga e complessa, che verrà pubblicata in più parti — tre a settimana.

Vi chiedo un commento per capire se la storia vi piace e vi intriga e anche il pollice in su. Se poi siete stregati dal mio cervellino e volete conoscermi dal vivo, scrivetemi e magari vivremo la nostra avventura che potrebbe diventare la nuova serie Hot di A69.

**Alessandro**

Arriviamo il venerdì pomeriggio. L’albergo è lo stesso delle volte precedenti: discreto, un po’ defilato, a pochi minuti di macchina da casa di Luca e Bianca. La receptionist ci riconosce e ci sorride con cortesia professionale. Ci sistemiamo in fretta. Io lascio la valigia nell’armadio, Elena sistema i suoi vestiti con quella precisione che usa quando è nervosa. Non parliamo molto. Entrambi sappiamo perché siamo qui.

Verso sera raggiungiamo Luca e Bianca per cena in un ristorante tranquillo fuori mano. Siamo solo noi quattro adulti. Chiara, ci dicono, arriverà più tardi a casa loro. Durante la cena parliamo di tutto e di niente: lavoro, qualche progetto, una vacanza che nessuno di noi ha ancora organizzato. Poi, come sempre, il discorso scivola su di lei. Bianca posa le posate, si asciuga le labbra con il tovagliolo e ci guarda entrambi con calma.

«Questo fine settimana sarà dedicato a una punizione esemplare» dice Bianca, le dita che tamburellano lente sul bordo del bicchiere di vino, come se stesse contando i secondi tra una parola e l’altra.

«Non per qualcosa di specifico—non questa volta. È un promemoria. L’università ricomincia, e non tollereremo distrazioni. Chiara deve capire che la disciplina è l’unica strada. Se dovesse diventare… Eccessivo, sarete liberi di andarvene. Non vi fermeremo.»

Il suo sguardo si sposta su di noi, freddo e calcolato, come se stesse soppesando la nostra reazione prima ancora che accada. «Ma se restate, sappiate che le conseguenze saranno reali. E se lei non capirà, glielo insegneremo noi.»

Io guardo Elena. Lei guarda me. Le sue pupille sono dilatate, le labbra socchiuse appena, come se stesse trattenendo un respiro. Annuisce, un movimento quasi impercettibile, e io faccio lo stesso.

«Accettiamo» dico, e la parola mi esce più roca di quanto volessi, come se avessi inghiottito qualcosa di troppo caldo.

Quando entriamo in casa loro dopo cena, Chiara è già lì, immobile come una statua votiva nel centro del soggiorno. Indossa solo un reggiseno di pizzo rosso cupo, quasi bordeaux, e un perizoma dello stesso colore, così sottile che lascia intravedere la linea scura del solco tra le natiche. È scalza, le dita dei piedi leggermente arricciate sul parquet freddo. La pelle è lattea, quasi traslucida, con una sottile rete di vene azzurrine che si intravede sui fianchi. I capelli, raccolti in una coda bassa, le ricadono sulla schiena in onde disordinate, come se qualcuno li avesse appena sciolti e poi legati di fretta. Non alza lo sguardo. Le ciglia lunghe e scure proiettano ombre sottili sulle guance, e le labbra, leggermente dischiuse, tremano appena.

Bianca le fa un cenno secco con il mento, e Chiara si volta senza una parola, salendo le scale con passi silenziosi, quasi eterei, come se il pavimento sotto di lei non esistesse. Noi scendiamo in taverna, e l’aria cambia immediatamente: diventa più densa, carica di un odore misto di cuoio, sudore e qualcosa di metallico, come l’eco di una moneta appena coniata.

Luca e Bianca si spogliano con movimenti fluidi, quasi rituali, lasciando cadere gli abiti sullo schienale di una sedia. Indossano l’intimo di similpelle nero che conosciamo già: lui un perizoma che lascia poco all’immaginazione, lei un corsetto che le stringe la vita e solleva i seni, le cuciture lucide che riflettono la luce fioca della stanza. Io ed Elena abbiamo portato quello che ci avevano chiesto. Lei si infila un body nero, così sottile che i capezzoli, già turgidi, premono contro il tessuto come due punte di spillo, e la forma del sesso è visibile in ogni dettaglio, le labbra appena socchiuse sotto la stoffa umida. Io indosso un boxer nero aderente, il tessuto che mi stringe l’erezione in modo quasi doloroso.

Quando Chiara viene chiamata e scende le scale, il contrasto è immediato e violento: noi siamo già mezzi nudi, esposti, in attesa, mentre lei è ancora avvolta in quel poco di rosso che sembra più una sfida che una resa. Il reggiseno e il perizoma, così vividi contro la sua pelle chiara, sembrano quasi una provocazione, un’ultima barriera tra lei e ciò che sta per accadere.

Bianca inizia la ramanzina, la voce un filo di seta raschiata che non ha bisogno di alzarsi per riempire la stanza. Elenca doveri, responsabilità, il peso dell’università che richiede costanza; spiega come ogni fallimento verrà pagato non con rimproveri vuoti, ma sulla sua pelle. Chiara rimane immobile al centro della stanza, le mani appoggiate lungo i fianchi, le unghie che scalfiscono appena la superficie liscia delle sue cosce. Lo sguardo fisso su una venatura del parquet annuisce a ogni frase come un automa ben oliato. Non emette un suono, ma il petto le sale e scende con un ritmo accelerato, quasi ansimante, i capezzoli duri contro il tessuto rosso cupo del reggiseno.

Poi Luca si avvicina, i suoi passi silenziosi sul pavimento. Le fa un cenno secco con due dita: togliersi l’intimo. Le dita di Chiara tremano leggermente mentre slaccia il reggiseno, lasciandolo cadere a terra con un fruscio lieve. Il perizoma segue, scivolando lungo le gambe fino a formare una macchia scura sul legno chiaro. Rimane nuda, la pelle d’alabastro punteggiata di brividi nonostante il calore della stanza. Luca le afferra un braccio, non con forza ma con decisione, e la guida verso il divano. La posiziona con precisione: torso piegato in avanti a novanta gradi sullo schienale, il sedere sollevato ed esposto verso di noi, le natiche pallide e tese in attesa. Bianca si colloca al suo fianco, le passa un braccio intorno al fianco—non un abbraccio, una pinza—e con la mano libera inizia a sculacciarla.

I colpi risuonano nitidi nell’aria stagnante: uno dopo l’altro, ritmati come un metronomo, pesanti e pieni. Niente di giocoso qui, niente di frivolo. Ogni schiaffo lascia un’impronta rosa che rapidamente si infiamma in rosso vivo, sovrapponendosi al precedente in una mappa di dolore calibrato. Chiara inizialmente trattiene il respiro, i denti serrati così forte che i muscoli delle mascelle tremano. Poi emette un lamento basso, gutturale, quasi un ringhio soffocato. Dopo una ventina di colpi le lacrime iniziano a scendere silenziose lungo il naso e a gocciolare sul divano. Bianca prosegue ancora per qualche istante—tre, quattro colpi definitivi—prima di fermarsi. Il sedere di Chiara è ora uniformemente rosso, la pelle calda al tatto e pulsante.

«Non ti muovere», ordina Bianca, la voce piatta e ferma.

Chiara rimane piegata sul divano, il corpo un arco teso di obbedienza forzata. Le lacrime le solcano le guance e gocciolano silenziose sul cuoio dello schienale, ciascuna lasciando una macchia scura e temporanea. Un tremore costante, simile a un brivido elettrico, le percorre le cosce, facendo vibrare i muscoli già segnati dal rossore delle mani di Bianca. Il mio sguardo è inchiodato a quel tremore, a quella pelle che da latte si è mutata in una cartografia violacea di colpi sovrapposti. L’erezione mi preme contro il boxer nero, dura come pietra, il tessuto che stira e trattiene con una pressione quasi dolorosa. Accanto a me, Elena respira a bocca semiaperta, un respiro corto e umido che sento più che udire. Anche Luca è fermo, immobile come un guardiano, ma l’ombra del suo desiderio è netta e tesa sotto la similpelle del perizoma.

Il silenzio è rotto solo dai commenti bassi di Bianca—osservazioni tecniche, asettiche, sul modo in cui la pelle trattiene il calore, su come i muscoli reagiscono sotto lo stress. Poi Luca si avvicina, le dita che serrano il braccio di Chiara non con crudeltà, ma con possessività. La conduce verso il bagno adiacente; noi seguiamo come sonnambuli. La luce qui è più cruda, più bianca. La legano alla scaffalatura metallica—polsi alti sopra la testa, il corpo rivolto a mostrarci la schiena, le natiche infiammate e già lucide di sudore e pianto. Bianca rientra con la cinghia di cuoio scuro, lunga e sottile, che pende come una seconda ombra dalla sua mano. I colpi che arrivano sono meno numerosi—otto, forse nove—ma secchi, netti, precisi. Il suono è quello di uno schiaffo secco moltiplicato per dieci. La pelle di Chiara reagisce immediatamente, sollevandosi in strisce bianche che poi si riempiono di rosso vivo. Lei non grida più; emette solo un piagnucolio roto, spezzato, la voce che si incrina come vetro sotto pressione.

Poi la girano con un movimento secco, come se fosse una bambola di pezza da sistemare in vetrina. Ora è di fronte a noi, completamente esposta: le braccia tese verso l’alto, i polsi arrossati dalle corde, i seni piccoli e sodi che si sollevano a ogni respiro affannoso, i capezzoli turgidi come due bacche mature. La pancia è contratta in una linea tesa, i muscoli tremanti sotto la pelle candida. La fica, completamente depilata, brilla di umidità, le labbra gonfie e socchiuse come un fiore appena dischiuso. Bianca alza il braccio e riprende a colpire, questa volta mirando alle cosce interne, dove la pelle è più sottile e sensibile, e poi più in basso, sulla pancia, dove ogni colpo lascia un’impronta rossa che si allarga come inchiostro su carta assorbente.

Chiara grida, un suono acuto e rotto che si trasforma presto in singhiozzi. Il corpo sobbalza contro le corde, le gambe tremano così violentemente che le ginocchia sembrano sul punto di cedere. Le lacrime le rigano il viso, cadendo in gocce pesanti che si perdono tra le clavicole. Bianca non si ferma, non accelera, non rallenta: ogni colpo è misurato, preciso, come se stesse suonando uno strumento che conosce a memoria. Poi, all’improvviso, si ferma. Un leggero sorriso le increspa le labbra, appena accennato, come se avesse appena assaggiato qualcosa di dolce e proibito.

La slega con movimenti lenti, quasi carezzevoli, le dita che sfiorano la pelle arrossata dei polsi prima di lasciarla andare. «Vai» dice, la voce bassa e ferma. Chiara non si muove subito. Rimane lì, nuda e tremante, gli occhi bassi, le spalle curve come se portasse un peso invisibile. Poi, con passi incerti, si avvia verso le scale, ogni movimento un piccolo spasmo di dolore.

Io ed Elena restiamo immobili nel bagno, l’aria densa dell’odore di sudore, lacrime e qualcosa di più acre, più intimo. Il silenzio tra noi è carico, elettrico, come l’attimo prima di un tuono. Elena respira a bocca aperta, il petto che si alza e si abbassa in fretta, il body nero ancora umido tra le cosce, il tessuto che aderisce alla pelle come una seconda pelle bagnata. Io sento il calore pulsare tra le gambe, il boxer aderente che preme contro l’erezione, il tessuto che sfrega contro la punta sensibile con una pressione quasi dolorosa. Nessuno dei due fa un passo verso l’uscita. Il desiderio è lì, palpabile, ma sotto di esso c’è qualcosa di più oscuro, più complicato: il disagio di sapere che non dovremmo voler restare, eppure non riuscire a muoverci. So solo che non voglio andarmene. Non ancora.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
8.2
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Nipote Devota - La Mano che Educa - #1di13:

Altri Racconti Erotici in bdsm:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni